Essere o vivere – Il pensiero occidentale e il pensiero cinese in venti contrasti

A volte, scrivere dello conoscenza assomiglia al tentativo di definire la forma dell’acqua. Essa non ne ha poiché assume quella del recipiente che la contiene. Allora occorre esaminare il contenitore oltre al contenuto. Francois Julien, in questo libro, aiuta a comprendere quale siano le forme di due “pensieri/linguaggi”, quello cinese e quello occidentale, al fine di illuminare la conoscenza in essi contenuta.

Questo studioso presenta un non comune percorso di formazione accademica. Dopo essersi laureato in filosofia con studi sul mondo greco, si accorge che la sua riflessione si trova ad un punto morto, in assenza di un confronto con un approccio culturale completamente diverso da quello che conosce. Questo lo porta a confrontarsi con il mondo cinese. Decide perciò di apprendere quella lingua e trascorre qualche anno in Cina. Affronta poi il vasto campo della sinologia trascorrendo anche alcuni anni in Giappone per approfondirne gli studi. Durante questo percorso egli non abbandona la riflessione filosofica che lo ha mosso. In estrema sintesi, si trova alla ricerca di un punto di scarto che possa portare al di fuori di come la filosofia occidentale ha riflettuto fino ad oggi. In particolare lo interessa provare a trovare risorse che consentano di pensare in assenza di categorie come l’essere o il soggetto. Nel libro qui in esame, si trova una corposa ma accessibile raccolta di questo percorso. Attraverso venti contrasti l’autore descrive gli “scarti” e perciò le “risorse” da lui reperite tra il pensiero occidentale e cinese.

Il libro non è facilmente condensabile senza correre il rischio di impoverirne il pensiero e la ricerca che rappresenta. Ho scelto perciò di descrivere solo alcuni capitoli che mi sono apparsi particolarmente suggestivi per suscitare, almeno in parte, la curiosità e l’interesse che merita questa opera. Il primo si intitola: Propensione vs Causalità.

Per la formazione ricevuta negli studi e per il funzionamento della società nella quale viviamo, risulta del tutto naturale riflettere in termini di causa/effetto, separando però così la situazione dalla sua evoluzione e evitando di cogliere come l’evento si configuri già nella sua struttura.

Discutendo della traduzione del termine cinese “shi”, spesso tradotto come “situazione”, “evoluzione” o “corso delle cose” o “condizione” l’autore propone invece il termine “propensione”. Egli scrive: ” in propensione… capiamo che le cose non “sono” ma che “propendono”… le cose sotto il loro peso (pendere), non cessano di oscillare… e di produrre il loro avvenire attraverso questo slancio e questo trascinamento…non sono mai un ente ma una pendenza. Il mondo non è fatto che da questo, dal fatto che tutto sempre,” si inclina” in avanti… – pro-pendere-producendo il rinnovamento”. Perciò se in termini di causa/effetto conoscere significa conoscere le cause, in termini di “propensione” conoscere diviene discernere fasi e tappe in modo che la mutazione futura sia percepita già in opera in quella presente in termini di lineamenti (nozione di xiang).

Con questi riferimenti anche la “libertà” intesa come causa sui (causa in sé) va rivisitata. “Nel momento in cui si comincia a pensare non più in termini di Essere (o di azione) isolabile… la questione diviene : come promuovere e qualificare questo “a monte” del comportamento dal quale poi deriverà per propensione la moralità ( e la libertà) della mia condotta?”

Il terzo capitolo, Disponibilità vs Libertà, approfondisce tutto ciò. “In Cina… il conoscere non è tanto farsi un’idea di, quanto rendersi disponibile a (Xunzi capitolo “Jiebi”)… Bisogna evitare di lasciare che la propria mente divenga una mente “avvenuta” (cheng xin)”. Il pensiero occidentale fatica a servirsene della disponibilità intesa in questo senso. L’Europa ha misconosciuto la risorsa della disponibilità perché ha sviluppato un pensiero della libertà e per la Cina vale l’inverso. Il contrario della libertà è la servitù, non la disponibilità. Si ricordi che la” libertà” (eleutheria) per il mondo greco riguardava il non essere nati schiavi, non essere dominati dallo straniero (si pensi alle guerre persiane), non essere sottomessi a un tiranno. La riflessione sulla libertà ha poi preso direzioni diverse, accompagnandosi a quella sull’individuo. “La disponibilità è piuttosto sviluppare un rapporto armonioso con l’ordine delle cose, non d’emancipazione ma di integrazione. Invece di staccarci e renderci autonomi dal corso delle cose, ci inseriamo in esso per sfruttarne le risorse senza contrapporci inutilmente”. “Per questa ragione la Cina ha concepito non l’effrazione e la dis-alienazione del soggetto attraverso la libertà, ma quella capacità (disponibilità) che, aprendo la strada da tute le parti senza bloccarsi in nessuna di esse, tenendo tutti i possibili nella eguaglianza, mantiene il soggetto vuoto (non tetico) e lo mette in fase con ciò che gli giunge dal mondo così che egli si affidi originariamente al mondo”.

Nel capitolo sedici, Ambiguo vs Equivoco, si trova poi una definizione del pensare che ho trovato veramente illuminante. Pensare significa: “espellere l’equivoco e al contempo esplorare l’ambiguo”. In fondo, sostiene Julien, la filosofia occidentale può proprio essere vista come il tentativo di espellere l’equivoco dal linguaggio. Contro i sofisti e la loro strategia di assumere nel corso di uno stesso ragionamento la stessa parola con significati diversi, Aristotele fissa nel compito della parola quello di dire qualcosa di “uno”, univoco, per dirigere il pensiero verso la stessa cosa ed intendersi, invece di dirigerlo verso cose diverse e fra-intendersi. Dunque le parole sono determinazioni dell’Essere, perciò occorre bandirne l’equivocità e fare chiarezza. Però questo sforzo di precisione inciampa proprio nel significato della parola “Essere” che vedrà la filosofia successiva esplorare posizioni anche molte diverse. Platone era scampato al pericolo di questa trappola introducendo il concetto di “mescolanza”. Nel soggetto ci sono contraddizioni ma l’uno si trova con l’altro senza essere anche l’altro, ciascuno si mantiene di fronte all’altro nella propria identità. I due opposti coesistono senza separarsi dal loro rispettivo “in sé”. Quando sono assetato e bevo provo contemporaneamente la sofferenza di avere sete e il piacere di placarla (Gorgia, 496e)”. In occidente, trova Julien, solo Eraclito e Nietzsche hanno esplorato il versante dell’ambiguo. Nietzsche (Al di la del bene del male, I 1) nota una “parentela” e “una identità di essenza” tra contrari (wesensgleich). Eraclito chiama il Dio “giorno-notte, guerra-pace (frammento 67)”. La Cina, invece, ha saputo riconoscere “questo fondo indifferenziato di tutte le differenze, questo (s)fondo di dis-esclusione, è ciò che il pensiero cinese chiama più comunemente tao… Tra le distinzioni da fare attraverso la mia parola e le distinzioni da disfare nel linguaggio, il pensiero/la parola, mantenendosi al lavoro, in attività, non si lascerà più prendere in trappola né dalla parola, né dal silenzio: il pensiero non finirà più per essere un gioco di parole che sfigurano il pensabile né cederà al silenzio che non pensa più.” “Contro ogni rivendicazione di chiarezza e distinzione, il tao non può essere qualificato che dal “flusso”, dal “vago” e dall’”indistinto”; per questo è evasivo… bisogna saper accedere ad una parola che “dice appena ”xi yan”, che si trattiene dal determinare, che rimane sul margine dell’enunciazione e resta allusiva”. Non solo i testi taoisti mostreranno questa capacità. Anche Confucio, Mencio e altri classici cinesi l’hanno grandemente applicata.

Altri capitoli portano titoli quali: Obliquità vs Frontalità, Sbieco vs Metodo, Influenza vs Persuasione, Regolazione vs Rivelazione, Risorsa vs Verità.

Ritengo questo testo imperdibile per chi si occupi, a vario titolo, della cultura estremo orientale ove siano in uso gli ideogrammi. Molto di quanto esposto, anche se con alcune differenze, potrebbe essere esteso anche verso il Giappone. Le culture che adottano la scrittura ideogrammatica offrono problemi di interpretazione che questo testo ben affronta. Accontentarsi delle traduzioni rischia di irrigidire l’interpretazione di un sapere che, proprio per le modalità espressive, è sempre multiforme e mai univoco. Nel rispetto di ciò, il limite del testo, ma anche la grandezza, sta nel non offrire “soluzioni”. Indica piuttosto un metodo lasciando aperto l’esito della sua applicazione.

Concludo con una indicazione ed una riflessione. La prima riguarda altri due testi di Francois Julien, molto più accessibili, in qualche modo più pratici: Quella strana idea di bello (il concetto di bello tra Cina ed Occidente) per Il Mulino e Pensare l’efficacia in Cina ed in Occidente per Laterza.
La seconda riguarda quel fenomeno che fu la traduzione del Canone Buddista dal sanscrito al cinese. Possiamo solo lontanamente immaginare la complessità di quell’enorme lavoro?
Per fortuna lo Zen, senza trascurare ne esaurirsi in scritti e parole, si trasmette nel “saper fare come”. Ma, dal momento che fosse necessario scrivere, raccontare e/o interpretare qualcosa di quel “saper fare come”, allora i riferimenti forniti da Julien si rivelerebbero davvero utili.

Hachiriki – Centratura e disciplina evolutiva per l’operatore shiatsu

Articolo pubblicato su Shiatsu News n.62 marzo-aprile 2019

Ho iniziato a praticare lo Shiatsu come professione nel 1984. Fin da subito mi è stata chiara la necessità di mantenere bilanciate le condizioni di corpo, mente e spirito. Questo per essere d’aiuto al ricevente e, contemporaneanente, a sé stessi. Uno degli strumenti più efficaci e completi scoperti nella mia ricerca, proviene dal Waraku; il suo nome è Hachiriki. In questo articolo si trova una spiegazione di cosa si tratti e come sia utile.

Nel 2009 a Castel Fusano (Rm) si è tenuto il Convegno Nazionale della F.I.S. “Shiatsu Oggi, Esperienze in un Confronto Internazionale”. Il convegno presentava una caratteristica unica. Per la prima volta si riunivano nello stesso evento in Europa, insegnanti del Japan Shiatsu College (Namikoshi) e insegnanti come Endo e Kishi di derivazione Masunaga. Erano presenti come relatori anche numerosi insegnanti ed operatori di diversi paesi europei come Rapenecker, Andrews, Edward, Copers e altri italiani, tra i quali pure io.
Se avete partecipato ad un convegno FIS/FISIEO, sapete che al mattino si inizia con pratiche utili per l’operatore che vanno dal Qi Gong allo Yoga, dal Do In alla meditazione. Potete immaginare la mia sorpresa quando il compianto Akinobu Kishi mi avvicinò e con il suo sorriso ironico e accattivante mi chiese “e tu domani mattina perché non fai Waraku?” Grazie a lui, durante un viaggio in Giappone, quattro anni prima avevo conosciuto presso la Scuola Shinto Oomoto, il fondatore del Waraku, Maeda Hiramasa. Kishi sapeva che, da allora, stavo praticando Waraku sotto la guida di Maeda. Egli, infatti, aveva iniziato a venire regolarmente in Europa dopo il primo seminario organizzato in Italia. La domanda che Kishi mi aveva posto, fatta con la tipica cortesia giapponese, nascondeva però una sottile sfida. Io, infatti, non avevo mai praticato Waraku davanti a dei giapponesi conducendo un gruppo, perciò rimasi interdetto e anche intimorito. Ma non potevo rifiutare. Avrei offeso prima che Kishi, il mio maestro Maeda. Perciò da incosciente quale sono accettai e il sorriso di Kishi si allargò. Così, risolti alcuni passaggi organizzativi poiché questa pratica non era prevista nel programma, il mattino dopo trovai la delegazione del J.S.C. al completo, Akinobu e Kioko Kishi, Shigeru Onoda e numerosi altri shiatsuka italiani e non a praticare l’Hachiriki del Waraku sotto la mia guida. Sembrava che il mondo si fosse ribaltato: un’antica pratica della tradizione giapponese si teneva in Europa condotta da un italiano che la mostrava ad un gruppo di giapponesi. Kishi, con il suo spirito ribelle ed iconoclasta, se la godeva alla grande, io un po’ meno. Pur non avendo fatto paracadutismo, sfoggiai uno spirito degno di un lancio in caduta libera: mi buttai. Non ho ricordi chiari dell’evento. Quello che ricordo con precisione è, alla fine, la processione dei giapponesi che venivano a ringraziarmi con un’ordinata fila iniziata da Kishi e conclusa da Onoda, il quale mi chiese di poter scrivere a Maeda per informarsi riguardo al Waraku e per sottolineare quanto fosse importante formare la “pancia” (Hara).
Se ho descritto tutto questo è perché in quella occasione ho avuto la conferma di quanto giusta fosse stata la mia intuizione sull’importanza per l’Operatore Shiatsu di conoscere una disciplina come il Waraku, anche solo nella forma base dell’Hachiriki.
Hachiriki è la prima forma del Waraku, disciplina che nasce dalla sapienza antica del Kotodama, il cuore dello Shinto giapponese. Kotodama significa “suono dello spirito” o “spirito del suono” e si rifà alla energia creatrice delle matrici sonore primigenie.
Hachiriki significa “otto forze/poteri” e manifesta nel movimento i suoni del Kotodama. Il Waraku è stato diffuso per la prima volta nel 2000. Io l’ho incontrato nel 2005.
Hachiriki è uno strumento potente per la centratura del corpo e dello spirito. Utile ad ogni essere umano ma insostituibile per un Operatore Shiatsu che desideri coltivare il proprio equilibrio per donare agli altri trattamenti eseguiti nelle migliori condizioni.
Hachiriki prevede numerose maniere di esecuzione. Si può iniziare con la forma base che prevede l’uso del respiro ma non ancora i suoni, nelle versioni lenta e veloce, in seiza ed in piedi. Successivamente vengono introdotti i suoni, la forma con i movimenti indipendenti delle braccia e gli spostamenti del corpo in senso circolare orario e antiorario. Come spesso capita nelle arti giapponesi, la forma base contiene già i semi, le matrici di tutta l’arte. Padroneggiare l’Hachiriki comporta perciò uno studio complesso e profondo. La forma in sé non è di così difficile apprendimento, tutt’altra questione è praticarla con le sfumature e la profondità che richiede. Ma ora vediamo più nei dettagli alcuni elementi dell’esecuzione.

La prima posizione (fig. 1) si assume in piedi a mani giunte e piedi uniti. Si mantiene la immobilità per qualche attimo per poi emettere il suono “SSSSSSSSS” con una prolungata espirazione.
Questo suono è rappresentato graficamente da un punto e rappresenta la vibrazione originaria che si dice abbia dato origine all’universo. Anche nella versione dell’Hachiriki che comprende solo l’uso del respiro e non dei suoni, “SSSSSSSSS” viene comunque emesso all’inizio e alla fine. Una volta emesso il suono mentre termina l’espirazione le mani giunte scendono davanti all’addome (fig.2) per poi salire verso l’alto (fig.3). In questa posizione ci si ferma per qualche attimo come per stabilire un contatto con il Cielo (verticale). Poi si scende alla posizione della (fig.4), con le mani davanti all’addome, tra ombelico e pube. Anche qui ci si arresta per qualche attimo, come per stabilire una connessione con la Terra (orizzontale). Fermandosi in questa posizione si emette il suono “SSSUUU”, rappresentato da un cerchio con un punto al centro. Il suono “SSSUUU” e l’immagine che lo rappresenta va focalizzata sulla zona del plesso solare chiamata Chuden (fig.5). Questo suono ed i suoi movimenti, secondo la tabella del Kotodama, sviluppano purezza. Poi le mani salgono di nuovo verso il cielo per poi dividersi e formare un triangolo mentre i piedi fanno la stessa cosa separandosi sul piano frontale (fig. 6, 7, 8). Inizia poi un movimento bilaterale circolare ascendente delle braccia, al termine del quale ci si arresta con le mani rivolte al cielo, le braccia aperte e il corpo in estensione (fig.11). Da qui inizia il movimento inverso bilaterale circolare discendente al termine del quale ci si arresta con il palmo delle mani rivolto a terra, il corpo in flessione e la schiena allineata (fig. 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18) . Si emette poi il suono “UUUUU”. L’immagine relativa, un cerchio con numerosi cerchi concentrici, e il suono vanno ancora focalizzati su Chuden. Il suono U ed i suoi movimenti, secondo la tabella del Kotodama, sviluppano forza. Seguono poi i movimenti delle (fig. 19, 20, 21, 22). Si effettuano estensioni e flessioni del busto che comportano un movimento sul piano orizzontale delle braccia. Terminati questi movimenti si compie un passo in avanti con la gamba destra, introducendo così uno spostamento dei piedi sul piano sagitale. Si pone poi il polso sinistro sopra quello destro. Le mani sono poste di taglio, con i dorsi che si sfiorano e le dita ben aperte (fig.23). In questa posizione si emette il suono “AAAAAA”, focalizzandosi su Chuden posto al centro del capo, con l’immagine di un cerchio attraversato da una linea orizzontale. Secondo il Kotodama questo suono ed i suoi movimenti sviluppano la capacità di dare e ricevere amore.
Inizia poi un movimento spiraliforme tracciato in senso orario ascendente obliquo denominato Gyo (fig.24, 25). A questo segue un movimento spiraliforme tracciato in senso orario discendente obliquo denominato Kai.
Si pone poi il palmo della mano sinistra sopra il dorso della mano destra e tenendole così sovrapposte davanti all’addome, mantenendo il piede destro avanti e quello sinistro dietro, si emette il suono “OOOOO” (fig. 26, 27, 28). Questo suono ed i suoi movimenti, secondo il Kotodama, sviluppano la pace e l’amicizia. Nell’emetterlo ci si focalizza su Kaden, si trova nel basso addome, visualizzando un cerchio con una linea verticale. Seguono poi Bun e Gou, movimenti spiraliformi orari ascendenti e discendenti verticali (non illustrati). A questo punto la sequenza in senso orario è terminata. Ne segue una specularmente identica ma in senso antiorario. Si pone perciò il piede sinistro in avanti e si sovrappongono le mani come per emettere “O” ma invertendo la posizione perciò palmo della mano destra sopra dorso della mano sinistra. Si emette “EEEEE” focalizzandosi ancora su Kaden e visualizzando un cerchio con una croce all’interno. Questo suono ed i suoi movimenti, secondo il Kotodama, sviluppano il coraggio. Seguono Dou e Sei, movimenti spiraliformi antiorari ascendenti e discendenti verticali (non illustrati). Infine Hachiriki si conclude con la emissione della “IIIII” che viene effettuata nella posizione speculare (non illustrata) a quella usata per la “A”. L’uso di Inn e Chi (movimenti della “I”) e la sua emissione, secondo il Kotadama sviluppano saggezza.
Al termine dell’Hachiriki si ritorna nella posizione della fig. 1 e si emette di nuovo il suono “SSSS”.
Dopo qualche attimo di silenzio la forma è conclusa.
Dare una suggestione degli effetti di questa pratica attraverso uno scritto è praticamente impossibile. Si possono suscitare curiosità ed interesse, ma per “assaggiarne” gli effetti alla fine occorre apprendere ed eseguire a lungo l’Hachiriki.
Non voglio però sottrarmi dall’esprimere quanto ho sperimentato.
Gli insegnanti che preferisco sono quelli che forniscono all’allievo le chiavi per fare un’esperienza senza predeterminare quale sarà l’esperienza stessa, evitando, quindi, di creare una suggestione al riguardo. Non ho bisogno di sentirmi dire che cosa mi succederà se farò quanto mi è stato suggerito. Ho bisogno che mi siano dati i mezzi per scoprirlo. Questo crea libertà e crescita della conoscenza perché così facendo è possibile fare scoperte, alcune delle quali coincideranno con quanto hanno scoperto coloro i quali hanno usato gli stessi mezzi precedendomi, ma altre saranno scoperte nuove ed originali.
Dopo circa tredici anni di pratica non posso dire che praticando Hachiriki, come per magia, si siano manifestate le caratteristiche che il Kotodama sostiene si sviluppino: purezza, forza, amore, pace-amicizia, coraggio, saggezza. Queste caratteristiche esistevano già in me come in qualunque essere umano. D’altra parte chi mi conosce e frequenta sostiene che in me ci sia stato un cambiamento avvertibile che si può sintetizzare in una maggiore “rotondità, circolarità”. Quello che sento è che la pratica dei movimenti a spirale dell’Hachiriki, oltre ad essere naturale e piacevole, a lungo andare ha sviluppato una “spiralità” che si riflette nelle relazioni e nei rapporti che tendono più difficilmente a diventare conflittuali. Non sono però venute a meno decisione e forza, solo sono modulate in modo più avvolgente e confortevole. Quindi, in qualche modo, le caratteristiche delineate dal Kotodama si manifestano in modo inconscio, naturale che è il più profondo e solido.
Aggiungo che un’altra maturazione è stata quella della percezione dei tre centri: Joden, Chuden, Kaden.
Quando termino la pratica di Hachiriki, soprattutto con i suoni, è frequente avere una sensazione vibrante e di gradevole tepore in quelle zone, sia frontalmente che dorsalmente. Non di rado questo si accompagna alla comparsa di idee, intuizioni o ispirazioni oltre che a pace e benessere.
Certo per avere la prova provata, dovrei riavvolgere il film della mia vita, tornare al 2005, non praticare Waraku per tredici anni, per poi verificare quale essere umano sarei così. Peccato non sia possibile. Bisogna allora accontentarsi di osservare i frutti che ho descritto, che nascono solo dalla esperienza e dalla pratica.
In conclusione esistono diversi strumenti che l’Operatore Shiatsu può utilizzare per il proprio benessere e la propria centratura. Ritengo l’Hachiriki uno dei più validi ed efficaci mezzi da me scoperto e per questo sono contento di aver contribuito a renderlo un poco più conosciuto e, mi auguro, praticato.

— Aldo Doshin Shinnosukè Ricciotti

Articolo completo di illustrazioni

Shiatsu e Arte

Anni fa, in occasione della grande manifestazione nazionale di Shiatsu a Roma, trovammo un titolo che piacque subiti a tutti e che era anche una precisa collocazione di campo: “Lo shiatsu, una grande arte per la salute”.
Certo collocarci in questo campo è gratificante per noi e certamente corrisponde anche al sentimento e all’immagine dello shiatsu che la nostra stessa esperienza ci suggerisce. Mi sono chiesta se non sia però un’affermazione un po’ presuntuosa.

Lo shiatsu è davvero un’arte? Che arte è? In che senso il nostro modo di lavorare assomiglia a quello degli artisti?
Per capirne di più ho parlato con alcuni artisti : un fotografo, un pittore, una musicista, una pittrice-ceramista-scultrice, una artista che lavora con ago e filo.
Ho rivolto loro due domande: come nasce un’opera? quando la consideri finita?
A qualcuno ho chiesto anche: che rapporto c’è tra conoscenze, competenze tecniche, e la creatività?
Vi leggo le risposte senza commentarle.

Euro, pittore
Comincio con una pennellata, poi aspetto cosa mi dice e poi proseguo.
Quando è finito? È il quadro stesso che lo dice; è finito quando raggiunge una armonia, un equilibrio.

Lynn, dipinge e scolpisce con ago e filo
Mi considero di più un’artigiana: ho una idea, dei modelli, una tecnica. Ogni tanto creo.

Elisabetta, musicista
L’opera inizia spesso perché c’è un committente.
Nella musica abbiamo dei vincoli formali precisi che io chiamo “scatola”; ci sono delle proporzioni prestabilite che bisogna rispettare, altrimenti il pezzo risulta squilibrato. Anche l’improvvisazione ha regole ferree. Armonia in greco significa collegamento (tra gli accordi), ci sono dei rapporti numerici che vanno rispettati. La musica fin dai primordi è un metalinguaggio per comunicare con la divinità.
Bach si definisce artigiano. E Strawinsky, alla domanda “Che cos’è l’ispirazione?” rispondeva: “Sedersi a tavolino alle nove del mattino e alzarsi all’una”.
All’interno dei vincoli formali la soggettività, la creatività irrompe con timbri, colori, le modulazioni, la scelta melodica, il ritmo; c’è, soprattutto, una interiorità che viene fuori.
La tecnica serve per andare avanti, ma quando si perde l’ispirazione si ricorre alla tecnica.
Un’opera è finita quando ha riempito la scatola-forma, ed è riuscita solo se comunica. Può comunicare anche schifo, ma deve comunicare.

Giuliano, fotografo
Ci sono essenzialmente due modi in cui nasce un’opera: avere sempre la macchina con sé e “vedere”. C’è qualcosa che attira, una visione, e poterla realizzare. Può essere un attimo, o un oggetto. L’altro modo è avere un progetto. C’è ispirazione sul tema di questo progetto che poi viene realizzato e può diventare una mostra.
Naturalmente il possesso della tecnica è scontato. Poi può succedere che la foto di un bimbo può essere artistica. Non obbligatoriamente l’arte corrisponde a dei canoni tecnici. Il fotografo di professione però non può permettersi di fare delle foto casuali.
L’opera finita è la stampa. Ci sono vari momenti in cui si può intervenire per adeguare il risultato alla visione. Una foto è riuscita quando realizza la visione, cioè quello che ti è piaciuto, ti ha emozionato.

Ronit, pittrice-ceramista-scultrice
Le idee nascono a scatti, a volte da stimoli esterni a volte in modo imprevisto: per sei mesi non fai niente ma la mente-corpo lavora, intanto. A volte hai tante idee, ma quando vai a realizzarle non ci sono più. Nell’arte le idee sono più vicine alla poesia, sono metafore visuali. Non si sa da dove vengono le idee. Se lo fai come mestiere le idee ti vengono attraverso una ricerca, approfondisci e nasce un’altra cosa.
Non c’è una regola di quando un opera è finita. Nell’arte c’è l’arte di sapere quando smettere, non toccare più.
Ci sono opere che senti subito quando l’hai finita, è un dialogo immediato. Altre volte hai bisogno di riguardarle dopo un po’ di tempo. (A volte il coinvolgimento è molto forte e a volte non pensi razionalmente a quello che fai.) A volte ci sono quadri che si trasformano in altri quadri, è un lavoro continuativo. A volte non sei convinta che deve rimanere così, ma non puoi toccarlo e allora devo sentire gli amici, i colleghi.
Un’opera è finita quando senti che è finita, è un mix tra contenuti ed emotività. Sarebbe un equilibrio, ma non è decifrabile. Dopo aver realizzato una cosa grossa non posso rimettermi subito a lavorare. E quando va in una mostra il rapporto emotivo con il quadro è finito.

Teniamo a mente queste risposte e ritorniamo alla domanda iniziale “Lo shiatsu è davvero un’arte? Che arte è?” Quanto ci si può riconoscere in quello che gli artisti hanno detto?

Comincerei intanto col precisare che se arte è, lo Shiatsu è un’arte della relazione. Relazione fra due corpo-mente, fra kyo e jitsu, yin e yang. Corpo-mente vuol dire anche emozioni, sentimenti, facoltà, funzioni, struttura. Kyo-jitsu allude a uno squilibrio che sempre si ricompone per tramutarsi in un altro squilibrio e di nuovo ricomporsi, e così via. E yin-yang ci proietta su uno sfondo che è vasto quanto l’universo, con le sue multiformi infinite manifestazioni
Come tutto ciò che si occupa della vita lo shiatsu ha a che fare con il movimento: la nostra relazione è dinamica, mutevole, fatta di accadimenti, di incertezze, di imprevedibilità, in un intreccio fra spazio e tempo.
Se dunque arte è, potremmo allora parlare dello shiatsu come di un’ “arte del movimento della vita”. Al pari degli artisti che abbiamo sentito, anche per noi, per praticare lo shiatsu, bisogna che qualcosa nella sua materialità, nelle sue potenzialità, ci attiri, ci piaccia.Che qualcosa in essa ci risuoni, ci dia senso.Questo comporta un esservi sensibili, avere delle predisposizioni, se non un talento. Quando le predisposizioni sono coltivate diventano competenze, un saper fare (artigianato) aperto alla creatività.

In un recente congresso sulla creatività, a Firenze, si è affermato con forza che la creatività non nasce dal nulla. Sorge invece da solide basi di conoscenze, competenze, acquisizioni tecniche sedimentate. Questo a maggior ragione è vero per coloro per i quali, come per noi, è una passione e un mestiere.
Bisogna dunque che questa modalità di relazione shiatsu ci piaccia. Alzi la mano chi in questa sala fa shiatsu anche se non gli piace o non gli piace tanto.

Nel processo artistico un passaggio decisivo, l’abbiamo sentito, è lasciare che si manifesti l’ispirazione, l’intuizione, l’idea, la “visione” diceva Giuliano. È un aspetto della creatività? Come nasce un trattamento?
Può nascere in modi diversi per ciascuno di noi, ma è certo che nello shiatsu l’ispirazione, l’intuizione, l’idea o come la si vuole chiamare, nasce dal rapporto diretto con il ricevente. Essa è qualcosa di invisibile, di intangibile che però ci appartiene in modo assolutamente intimo. Attraverso essa siamo noi stessi che ci manifestiamo come soggettività (la musicista l’ha chiamata interiorità) che impatta e risuona con un’altra soggettività.
Potremmo dire che lo shiatsu è “arte del movimento della vita” in quanto è un esserci, un essere presente alla vita nel fare qualcosa, senza pensare a priori come deve essere, sentendo piuttosto “così va bene, così no”. In questo preciso senso è un’espressione di vitalità che soddisfa nel suo stesso compiersi. Come per gli artisti risponde anch’essa a una spinta a che qualcosa appaia, prenda forma, accada. È come cavalcare il ki.
Richiede anche, come abbiamo sentito da Ronit ed Euro, un equilibrio tra il fare e il non fare, fra dire (la pressione) e aspettare, ascoltare la risposta, percepirla, coglierla.
A differenze di queste arti, però, in cui l’artista è generalmente solo con la sua ideazione e la sua tecnica ed il risultato della sua azione si materializza per così dire in un quadro, in un concerto etc., la nostra arte è un’azione all’interno di una relazione, o meglio, come ho detto, una relazione tra due corpo-mente. Ne consegue che non possiamo considerare il nostro paziente alla stregua di una tela, o di uno strumento musicale (siamo forse più vicino all’arte teatrale o alla danza, dove il corpo dell’attore agisce l’opera stessa). Il ricevente è il nostro co-agente. Dunque anche lui un artista? Anche per questo lo shiatsu gli piace?

Un’altra specificità: foto, quadri, concerti, sono destinati e hanno bisogno di circolare presso un pubblico, essere visti, ascoltati. Lo shiatsu richiede solo due persone per volta. Questo non significa che ha una circolazione limitata. All’interno di questa esperienza a due c’è intanto una prima circolarità, come diceva Ronit a proposito di un quadro che si trasforma in un altro : ogni trattamento agisce in qualche modo da terreno per quello successivo, si gira attorno a un “nodo” un centro, in un movimento di approfondimento. E cosi come ogni trattamento, al pari di ogni esecuzione musicale, non è mai identico al precedente, anche la persona che vive un trattamento shiatsu sposta anche di poco la sua posizione nella vita e anche noi stessi ci spostiamo. Gli effetti di qualcosa che succede a queste due persone, si propagano poi, magari in modo impercettibile e tuttavia assai probabile, nell’ambiente di cui ciascuno di noi è centro. Lo shiatsu circola oggi fra molte persone, in realtà.

Vediamo ora l’altro punto: quando consideriamo finito un trattamento?
Come i musicisti abbiamo anche noi una forma che ha le sue regole: esse riguardano la durata (da quaranta minuti a un’ora, in genere), le procedure minime ripetute (accoglienza, raccolta dati, trattamento, congedo). All’interno di questa cornice ritmo, profondità della pressione, focus dell’attenzione, atteggiamento, qualità della nostra presenza, per non nominare che questi, sono altri elementi di soggettività e creatività.
A volte, come dice Euro per il quadro, è il trattamento stesso a dirci quando è finito, a volte, come dice Giuliano, è realizzata la visione: ciò che ha attirato la nostra attenzione è stato attraversato; a volte ancora, come dice Ronit, è per via di un’armonia che non è decifrabile; nell’arte c’è l’arte di sapere quando non toccare più.
La conclusione è frutto delle scelte fatte, di ciò che è accaduto. Finito il trattamento, abbiamo bisogno anche noi di staccare. E non solo per riposare la nostra schiena, i nostri pollici o gomito o ginocchi.

Termino queste riflessioni con una domanda: quando un trattamento è riuscito?
Devo premettere che così come la foto di un bambino può essere “artistica”, come dice Giuliano, lo stesso può succedere del trattamento di un principiante. Ricordo che Masunaga teneva in grande pregio l’attitudine del principiante, nello shiatsu
Detto questo, se il criterio di valutazione di un’opera d’arte, una volta che il suo autore/autrice lo consideri concluso, è legato al suo “apparire” ad altri, qual è il criterio di valutazione del “opera” shiatsu (meglio sarebbe chiamarla “azione” shiatsu)? La remissione dei sintomi? La nuova consapevolezza di sé da parte del ricevente? I suoi movimenti di riaggiustamento nei disequilibri della propria vita? Il benessere? La felicità?
Elisabetta dice “l’opera è riuscita solo se comunica, deve comunicare”
Così come l’artista, non siamo noi a poter rispondere a questa domanda. Anche se succede talora che la nostra sensazione finale coincida con la sua, è il nostro co-agente a rispondere. Noi possiamo solo confidare nella risonanza, nella traccia che, impalpabile quanto quella provocata dalla musica, si è comunque attivata attraverso il trattamento.
Shiatsu come arte della risonanza vitale. E noi, un po’ artigiani, qualche volta artisti

— Maria Silvia Parolin

Kufu-e Sesshin ovvero Sesshin di lavoro

L’esercizio di riflettere su quanto facciamo e sui termini che usiamo per esprimerlo è sempre utile. Mi cimenterò, perciò, con l’esame dei termini che compongono il titolo di questo incontro e sul loro significato per me.
Con quanto segue mi auguro di fornire, più che risposte preconfezionate, alcuni spunti di pensiero da elaborare.
Allora iniziamo.
Che significa lavoro? Che significa Sesshin?
E cosa c’entra tutto questo con lo Shiatsu Ryu Zo e con la formazione di Insegnanti ed Istruttori? Sesshin è composto da due ideogrammi: 接心. Il primo 接, come ogni ideogramma, può avere diverse traduzioni: toccare, unire, collegare. Il secondo ideogramma 心 significa: cuore, mente, spirito.
Risulta chiaro come il significato fondamentale di Sesshin sia mettere insieme, connettere con se stessi e contemporaneamente con gli altri, ciò che possiamo chiamare il “nucleo fondamentale” di ciascuno.
Però, dovessi rendere con due parole l’esperienza del Sesshin, quella per prima sorta alla mente sarebbe: ritiro. Ritiro dalle idee del e sul mondo, la mente e i comportamenti ordinari. Ritiro al proprio interno tramite la pratica dell’esterno, per incontrarsi incontrando. La seconda parola sarebbe ritorno: ritorno allo studio della presenza che ci vive oltre il nostro personale giudizio. Tutto ciò si trova contenuto in precisi contesti storici e dottrinali che provengono dalla Tradizione Zen Soto. Se non si è guidati da un insegnante che garantisca la trasmissione dei modi tradizionali, si rientra in una diversa modalità di pratica che attiene alla discrezione individuale. Non si tratta di giusto o sbagliato. Semplicemente è altro. La tradizione comporta modalità elaborate nei secoli e nelle generazioni. Certamente, anche con tutto questo, occorre fare i conti come individui. Però, prima di applicare trasformazioni o elaborazioni occorre aver praticato a fondo. Allora, ciò che si esprime potrà anche apparire come novità ma rispetterà profondamente senso e cuore di quanto ricevuto. In questo campo superficialità e improvvisazione non sono ammessi.
Nello Shiatsu Ryu Zo, con un atto di presunzione, è stata introdotta la pratica dello Za Zen, ritenendo che ciò che era stata una risorsa per me, lo fosse per chiunque. La presunzione non è consistita tanto in questo, quanto nel credere che la scelta di introdurre e praticare lo Za Zen fosse trasmissibile in automatico con la decisione di studiare o insegnare Shiatsu Ryu Zo. Tuttavia, la presunzione non è per forza malvagia, se è accompagnata da un sincero sforzo di approfondimento.
Ad oggi, però, sto riflettendo riguardo il trasformare il momento dedicato allo Za Zen, che precede la lezione di Shiatsu Ryu Zo, in un “mokuso”.
Gli ideogrammi che compongono questa parola richiamano il silenzio, il tacere e il pensare.
Perciò “pensare il silenzio” o “il silenzio del pensiero”.
La differenza è che quando pratichiamo Za Zen ci rifacciamo ad una precisa tradizione, mentre il “mokuso” è una pratica più informale e non connotata religiosamente.
Ma questo è un altro argomento riguardo al quale occorrerà ricercare e dibattere.
Tornando allo studio delle parole, se ci si riferisce al significato comunemente attribuito al lavoro, ben poco sembrerebbe centrare con il Sesshin.
Il lavoro è oggi associato in maniera automatica alla categoria del “guadagno” e perciò anche alla “perdita”. Che la si intenda in termini economici o di “realizzazione personale” poco importa.
Si resta sempre nel aumentare o diminuire.
Queste categorie hanno poco a che vedere con una dimensione che precede guadagno o perdita, accumulo o diminuzione, avanzamento o arretramento. Il Sesshin attinge ad un’altra misura, non esprimibile su questo piano, sebbene vi partecipi e lo attraversi. Nel Sesshin si trova una dimensione di dono, di gratuità, di libertà anche da sé, che prescinde dai dualismi inerenti alla perdita o al guadagno. Questo ha a che vedere con quella che, nello Zen, viene definita Bodaishin o “Natura di Buddha” e della quale la Sesshin è studio e manifestazione.
In questi termini allora sembrerebbe apparire una insanabile contraddizione tra il lavoro inteso come guadagno e il Sesshin inteso come gratuità. Quindi l’uso di queste parole accostate sembrerebbe scorretto o almeno impreciso,
Esistono, però, altre maniere di vedere il lavoro.
Intanto nel Sesshin il lavoro esiste, eccome. Sia che si tratti del “samu” o dell’esercizio del Tenzo in cucina, di servire i pasti o di allestire e disallestire il Dojo, di cucire un Kesa o di studiare un Sutra, certamente non è solo questione di stare seduti su un cuscino. Quello che cambia rispetto al lavoro ordinario è l’atteggiamento. Ad esempio: nel Sesshin il lavoro non è retribuito in denaro, perciò siamo di fronte ancora alla gratuità, poi le attività vanno esercitate in accordo, in armonia in coordinazione con tutti gli altri partecipanti e non in maniera individualista, inoltre si cerca di mantenere l’attitudine di concentrazione, di presenza, di cura proprie dello Za Zen.
In realtà il Sesshin va intriso di queste attitudini qualunque cosa si faccia, che si sia seduti, camminando, riposando, si lavori, si studi, ci si lavi o ci si cibi. In questo modo oggetto di studio diviene la vita quotidiana ed il suo dipanarsi. Il Sesshin è solo il momento più dedicato a tutto ciò ma l’idea di fondo è che questa attitudine si estenda alla vita quotidiana. Questo richiede esercizio. Non è solo questione di sforzarsi (per quanto sia necessario), quanto di esercitarsi fino a che queste attitudini diventino spontanee senza necessità di pensarle troppo.
In questo senso, per accedere alla profondità dell’esperienza, la ripetizione è fondamentale. Tornando ora al lavoro, ci si può chiedere: la attitudini del lavoro svolto in un Sesshin sono declinabili solo in questo ambito o anche nella vita “ordinaria”?
Può il lavoro ordinario essere gratuito? Certamente no. Anche il volontariato ha una sua forma di retribuzione (morale, emotiva, pubblici riconoscimenti, ecc..). Il lavoro poi serve per definizione a guadagnarsi uno spazio sociale ed economico, anche se oggi questi aspetti vanno sempre più rarefacendosi. Esiste però la possibilità di lavorare esprimendo una qualità, un plus di capacità e competenza che non si riduce alla somma o alla notorietà guadagnate. Mi riferisco al “lavoro fatto bene” che va oltre allo standard richiesto in denaro, ma si rivolge all’espressione del proprio valore come esseri umani che riconoscono il valore degli altri esseri (umani e non) per i quali lavorano.
Si torna, con questo, alla Bodaishin. Sia ben chiaro che questo valore precede la sua espressione e non ne è determinato. In questione è solo la capacità di esprimerlo. Voglio dire che nel lavoro esiste la possibilità, nonostante si percepisca un compenso, di esprimere un “plus” che non è oggettivabile e riducibile al denaro medesimo.
Qui si apre un’altra questione, ovvero se ciò sia possibile in qualunque tipo di lavoro. Sono convinto di no. Ritengo vi siano lavori che per le condizioni nelle quali si opera, siano solo brutali vie di distruzione degli esserei umani e spesso anche di altri esseri. Se però si ha la fortuna o l’abilità di trovarsi in altre e più favorevoli condizioni, per il rispetto dovuto a se stessi e agli altri, direi che si ha il dovere, l’obbligo di tentare l’espressione di quel “plus”.
Ritengo lo Shiatsu Ryu Zo sia uno di questi tipi di lavoro, un lavoro nel quale cioè per esprimere la propria natura profonda, vi siano condizioni favorevoli. Si può aiutare gli altri a recuperare la propria centratura mantenendo la propria. Il compenso in denaro che si riceve per questo è solo una piccola parte di altri compensi che si realizzano in termini di conoscenza di sé, di conoscenza della vita degli altri e di uso bilanciato di corpo e mente. Questo vale anche per l’insegnamento e la trasmissione dello Shiatsu Ryu Zo.
Ma, occorre anche chiedersi, quando si insegna lo Shiatsu Ryu Zo si tratta solo di insegnare un complesso elenco di movimenti. posizioni, pressioni, punti, canali, stretching, muscoli, ossa e nozioni simili? Si tratta della quantità e qualità delle nozioni o vi sono anche altri riferimenti? Per un Insegnante di Shiatsu Ryu Zo, pensare ad un essere umano significa pensare a che? Un ammasso di quantità? Un insieme di capacità, di potenzialità e di aspirazioni? Tutto questo insieme e altro ancora? Per rispondere a queste domande lo Shiatsu (anche Ryu Zo) non è sufficiente. Namikoshi, con un abile stratagemma se la è cavata rifacendosi alla scienza occidentale. Masunaga, viceversa, ha recuperato la Tradizione Medica di Cina e Giappone che a loro volta attingono a Taoismo, Buddismo e Confucianesimo. Nello Shiatsu Ryu Zo usiamo questi riferimenti e anche il Cristianesimo. Nello Shiatsu Ryu Zo l’essere umano è visto come un nobile spodestato che necessita di riguadagnare la propria posizione tramite l’esercizio della virtù (intesa non solo in senso morale ma secondo l’etimo che le è proprio ovvero valore, energia, coraggio) nel perseguire i mezzi che lo possono riportare alla posizione che merita. Ricordo le “Quatto Nobili Verità” proclamate dal Buddha per la liberazione dalla sofferenza, o la “Virtù del Cielo” del Tao Te Ching, le Virtù Teologali del Cristianesimo (Fede, Speranza, Carità) e quelle Cardinali (Temperanza, Coraggio, Saggezza, Giustizia) così chiamate da S. Ambrogio ma già definite da Platone nella Repubblica. Da sempre gli esseri umani hanno delineato comportamenti e orizzonti che li guidino nella loro esistenza. L’insegnate di Shiatsu Ryu Zo non deve sostituirsi né al sacerdote, né al filosofo, né allo psicologo.
Nell’insegnare la tecnica propria a quest’arte, deve però essere consapevole che si tratta di vivere l’entusiasmo (dal greco ἐνθουσιάζω «essere ispirato», da ἔνθεος, comp. di ἐν «in» e θεός «dio») del comunicare un mezzo prezioso di contatto e cura di se e degli gli altri.
Come fare questo? Il primo gradino lo si sale costruendo il contenitore, la forma che poi dovrà accogliere il contenuto. La parola giapponese Kata rimanda al concetto di “forma”, mentre la parola Istruttore ha la propria radice nel verbo latino “struo” che significa costruire. Quindi il ruolo degli Insegnanti (dal latino: mostrare l’insegna, la bandiera) quando formano Istruttori è di assicurarsi che essi sappiano disporre correttamente la fondamenta (Kata) ma lo facciano con “entusiasmo”. Delle due cose, la seconda è di gran lunga più difficile. Mentre del Kata possiamo studiarne la tecnica, la sola trasmissione efficace dell’entusiasmo che conosca, è il contagio diretto.
Resta da precisare un ulteriore punto.
Gli elementi che abbiamo delineato nel Kata (forma, procedura, ordine, sequenza) sono in gran parte coincidenti con quelli che compongono il rito. L’etimo di questa parola (dal lat. ritus -us, affine al gr. ἀριθμός «numero» e al sanscr. ṛtá- «misurato» e come s. neutro «ordine stabilito dagli dèi») rimanda a misura, ordine, numero. Naturalmente un rito religioso non è solo questo poiché richiede un sistema di credenze all’interno del quale acquisisce il proprio senso pieno. Ecco perché enucleare parti di tradizioni e utilizzarle nel mercatino della new-age non solo riduce ed impoverisce, ma alla lunga diviene anche pericoloso.
Quanto voglio sottolineare è che la sfera del sacro compete ad ogni essere umano, che ne sia consapevole o meno. Senza che si effettui un vero e proprio rito, quando però si lavori secondo i codici sopra accennati, sicuramente siamo nella sfera delle cose che si definiscono importanti, sacre, per le quali vale la pena vivere o morire. Nella cura e nella guarigione, nell’affidarsi a qualcun altro per ricevere sostegno e attenzione, è facile entrare in questo territorio.
Occorre conoscere i mezzi per entrarvi, attraversarlo per poi uscirne.
L’accurato insegnamento di Kata dello Shiatsu Ryu Zo e delle loro origini fornisce questi mezzi. Quel che non può fornire è l’entusiasmo.
Scoprire come viverlo, contagiando i futuri Istruttori e perciò formandoli, sia compito di ogni Insegnante che desideri sinceramente divenire Formatore.

— Aldo Doshin Shinnosukè Ricciotti

Il radicamento agli/degli spiriti – La progressione didattica nella trasmissione (insegnamento) degli strumenti percettivi

Scritto prima del simposio

Intervengo al riguardo senza essere al corrente del dibattito che, immagino e spero, abbia preceduto l’elaborazione del titolo. Fossi stato presente avrei avanzato la seguente domanda: stiamo usando la parola “spiriti” con quale accezione?
Se, infatti, si usa la parola “spiriti” con il significato con il quale lo usa Rochat de la Vallee quando traduce Shen, credo occorra essere consapevoli che si sta affrontando una categoria difficile da maneggiare.
Ad esempio Rochat dela Vallee cita: “Ciò che lo yin/yang non può sondare sono gli spiriti”1. Significa che quando si usa la parola “spiriti” per tradurre Shen, lo si fa utilizzando un nome che dovrebbe indicare la realtà che precede e determina (Cielo Anteriore) il mondo della dualità manifesta (Cielo Posteriore). Perché gli “spiriti” si radichino e agiscano occorre il Jing (“essenze” secondo Rochat de la Vallee). Dal “radicamento degli spiriti” i “soffi” (Qi secondo Rochat de la Vallee) vengono promossi e controllati2. Senza stare a fare ripassi o lezioni di M.C.C. occorre essere consapevoli che “radicare e conservare gli spiriti” investe la vita dell’essere umano o meglio il regime e la disciplina della vita dell’essere umano. Stiamo perciò entrando in un territorio che è quello del “come si vive” e di quali strumenti usare al riguardo.
“Tutte le tecniche sono buone – dietetica, ginnastica, respirazione, meditazione – a condizione che non abbiano altro fine che aderire al movimento della vita e preservare e confortare la pace interiore.3
Queste nozioni sono usate in un contesto di tradizione e significati precisi (taoista e confuciano come minimo ma vi sono anche altri influssi) dei quali non basta usare la terminologia (con tutte le difficoltà del caso che stiamo esaminando) per recuperare i contenuti e, soprattutto, il saper-fare.
Qui si tratta di una antropologia, di una cosmologia e di trasmissioni di conoscenze che investono le sfere del sacro e del senso della vita.
Con tutto il rispetto per lo Shiatsu declinato nei vari sistemi, non credo che studiare le pressioni sia sufficiente per conseguire le competenze relative a questi livelli. Fosse ancora vivo Masunaga, avrei qualche domanda al riguardo anche per lui. Paradossalmente, usando l’approccio anatomo-fisiologico di Namikoshi ci si pone al riparo da tutto ciò (almeno in parte). Se però si utilizzano le cosiddette categorie energetiche e si desideri accedere alla conoscenze citate, lo studio libresco non è sufficiente e neppure quello di una tecnica, per quanto evoluta. Occorre studiare se stessi e il cosmo. Allora il problema sono i riferimenti e gli strumenti. Se si vuole attingere al non-due è necessario radicarsi in una tradizione, nei suoi insegnamenti e nella gerarchia relativa.
Francamente, non credo le competenze di un insegnante di Shiatsu sufficienti al riguardo. Credo che qui occorra riferirsi e scegliere una tradizione precisa e studiare seriamente in tale ambito.
Per questo, nello Shiatsu Ryu Zo, lo stile che insegno, si dà indicazione di accostarsi alla pratica dello Za Zen e della cultura relativa.
Non ho nessuna pretesa che questa divenga la soluzione generale. So perfettamente che Taoismo, Buddismo, Confucianesimo, Shinto hanno ciascuno caratteristiche e particolarità ben differenziate. Resta il fatto che se si sceglie di studiare ed approfondire una tradizione occorre prendere una via e percorrerla. Altrimenti si diventa, nei casi migliori, degli eruditi oppure, nei casi peggiori, frullati mille gusti con il rischio di ottenere una bevanda dai sapori mal combinati.
Mi auguro venga compreso a quale livello si pone il problema. Ci sono questioni di qualità delle conoscenze, di competenza, di armonizzazione con la disciplina praticata e con le scelte esistenziali.
Questioni complesse, delicate, precise ed ineludibili.
Se poi si fosse voluta usare l’espressione “radicamento degli spiriti” con altre valenze, cosa legittima, occorre però esplicitarlo e dichiararlo.
Ciò premesso, il resto dell’argomento proposto (la progressione didattica nella trasmissione-insegnamento degli strumenti percettivi) crea molte meno difficoltà. Ritengo che qui si sia appieno nelle competenze di un Insegnante di Shiatsu. Gli strumenti percettivi riguardano un piano funzionale dell’essere umano che rientra, esplicitamente o meno, nella routine di ogni lezione di Shiatsu. Si può scegliere di focalizzare più direttamente o meno l’attenzione sulla analisi delle percezioni, ma in un certo modo questo livello è sempre coinvolto.
Per quanto riguarda lo Shiatsu Ryu Zo, distinguiamo due settori percettivi ovvero:

  1. le sensazioni derivanti dalla auto percezione di Torì (operatore)
  2. quelle derivanti dalla percezione di Ukè (ricevente) da parte di Torì.

In realtà la percezione di Ukè da parte di Torì si può ridurre a come Torì venga modificato nel rapporto con Ukè da quest’ultimo.
Quindi la questione riguarda gli strumenti utili ad accrescere e raffinare la percezione di Torì di se medesimo.
Nello Shiatsu Ryu Zo si distinguono tre categorie:

  1. l’auto percezione di Torì nella immobilità
  2. nel movimento
  3. nella relazione con un’altra persona.

Quest’ultima categoria è suddivisa a sua volta in due sottocategorie:

  1. l’auto percezione di sé in relazione ad un’altra persona non mediata dalla pressione (ad esempio, durante un colloquio)
  2. l’auto percezione di sé in relazione ad un’altra persona mediata dalla pressione.

In ciascuno di questi casi si possono utilizzare strumenti e strategie didattiche.

Esaminiamone alcuni.

Auto percezione di Torì nella immobilità e/o nel movimento
Nello Shiatsu Ryu Zo utilizziamo i principali decubiti esaminando i contatti del corpo con il suolo e le loro variazioni in relazione ad elementi introdotti.
Ad esempio:

  1. decubito supino e contati con il suolo prima e dopo esercizi e/o trattamenti
  2. decubito prono e contati con il suolo prima e dopo esercizi e/o trattamenti
  3. decubito sul fianco e contati con il suolo prima e dopo esercizi e/o trattamenti
  4. decubito seduto a terra e/o su uno sgabello e contati con il suolo prima e dopo esercizi e/o trattamenti
  5. decubito in piedi e contati con il suolo prima e dopo esercizi e/o trattamenti
  6. deambulazione prima e dopo esercizi e/o trattamenti e variazioni relative

Auto percezione di Torì in relazione ad un’altra persona

  1. variazioni nei vari decubiti in relazione ad un contatto con un’altra persona
  2. variazioni nei vari decubiti in relazione ad un colloquio con un’altra persona
  3. variazioni nei vari decubiti in relazione ad uno scambio emotivo con un’altra persona
  4. variazioni nei vari decubiti prima e dopo un trattamento con un’altra persona

L’intento di questi esercizi è quello di fornire a Torì strumenti per raffinare e focalizzare la propria auto percezione in relazione a situazioni concrete riguardanti un trattamento Shiatsu ovvero la relazione Torì/Ukè.
Ribadisco che trovandoci in un rapporto duale di conseguimento e guadagno, non considero questa sfera quella del “radicamento degli spiriti”.
Ritengo infatti che l’ambito del “radicamento degli spiriti” riguardi più il lasciarsi raggiungere che il raggiungere.
Tale ambito inerisce certamente il sacro e penso occorra farsi assistere da altre competenze al riguardo.
Immagino perciò l’Insegnante di Shiatsu calato in una rete di relazioni che affianchino e completino le abilità specifiche allo Shiatsu.
Per il “radicamento degli spiriti” affidiamoci, perciò, a chi ne possiede le conoscenze.
Ci siamo tanto battuti per affermare la figura dell’Insegnante e dell’Operatore Shiatsu. Occorre anche stabilirne i limiti.
Affermiamo la didattica degli strumenti percettivi, che ci compete, senza confonderla con l’accesso a livelli che reputo ulteriori rispetto a quelli dell’Insegnate di Shiatsu.
Alla fine si tratta di insegnare a fare pressioni (nello Shiatsu Ryu Zo: a lasciarsi sostenere).
Non dimentichiamolo. Grazie.

— Aldo Doshin Shinnosukè Ricciotti


Possedere gli spiriti è lo splendore (della vita). Perdere gli spiriti è l’annientamento
— Suwen, cap. 13

Se gli spiriti ci lasciano è la morte
— Lingshu, cap. 71

Tutte le citazioni sono reperite in:
http://www.elisabeth-rochat.com/docs/27_spiriti.pdf